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La Repubblica | Il Recovery senza sentimenti (it)

Il Recovery senza sentimenti

by Mario Calderini.

La Repubblica, 16th January 2021

 

Il Piano di Ripresa e Resilienza, presentato in queste ore dopo lunga gestazione, ha preso una forma non entusiasmante ma certamente ordinata e rispettabile. Segno che quel sottoinsieme della compagine di Governo che ha una qualche idea dello stato del Paese e dei problemi del suo sistema produttivo, amministrativo e sociale, ha preso in mano il dossier facendo almeno un po’ di pulizia. 

Questa è una buona notizia, che consentirà al Governo di presentarsi onorevolmente all’Europa e, cosa più importante, di acquisire le risorse in tempi ragionevoli. 

È un documento composto ed educato ma sicuramente non brillante. Il limite principale del Piano è di essere totalmente anaffettivo, sideralmente distante da un’idea di società attiva, partecipante e protagonista su cui riporre fiducia. Nonostante vi sia una corretta e disciplinata attenzione ai temi dell’inclusione e del contrasto alle diseguaglianze, declinati specificamente su parità di genere, giovani e Sud, la visione e la strumentazione delineata sono ancora fortemente segnate da un’idea di politica che norma e guida dall’alto ispirandosi a legami di causa-effetto semplici e lineari. Il valore dell’iniziativa privata, dell’innovazione sociale e dei processi dal basso ancora fatica enormemente ad uscire dalla penna del Governo. 

Inoltre, pur riconoscendo al Piano il merito di aver identificato tre grandi e fondamentali aree di contrasto alle diseguaglianze, la riduzione di quelle territoriali alla macro-categoria sud-nord rischia di far perdere di vista quell’insieme di diseguaglianze più micro che riguardano non solo le aree interne ma anche molti pezzi del Nord post-industriale e che rischiano di trasformarsi in pericolosi laboratori di malcontento.  

Ciò detto, il Piano costituisce certamente una base di lavoro da sottrarre alle macerie della crisi politica e su cui costruire un’agenda da consegnare ai Governi dei prossimi anni.  

A condizione però di investire nella capacità di esecuzione del Piano stesso, ostacolo su cui si sono schiantate tutte le migliori politiche del Paese negli ultimi anni.  

Un tema, come sottolineato da moltissimi commentatori, che certamente ha a che fare con il rinnovamento e la riqualificazione di un pezzo della pubblica amministrazione. Sarebbe però sbagliato far ricadere l’intero peso della buona esecuzione del Piano sulle spalle dei funzionari pubblici. Facciano la loro parte anche il legislatore e la magistratura contabile, contribuendo a creare un clima un po’ meno confuso e inquietante, nel quale i funzionari pubblici possano eseguire il Piano in modo più innovativo e orientato alla prevalenza della sostanza sulla forma. Sperimenti ed esegua la Corte dei Conti in persona le procedure di appalto più innovative e rassicuri con l’esempio i funzionari dei Comuni italiani che certe cose si possono fare serenamente: questo sì, varrà qualche punto di PIL in più. 

La seconda condizione per la buona esecuzione del Piano è che la valutazione d’impatto delle azioni non si limiti a quella narrazione un po’ fuori dal tempo che emerge oggi dal documento. Una visione puramente ex-ante e vaga, con cui per esempio si afferma che il complesso delle riforme previste, secondo il modellino del MEF, produrrà un aumento del PIL del 1%. Questi sono esercizi inutili, cui nessuno crede più e che non hanno nulla a che fare con la rendicontabilità politica delle azioni. La misurazione di impatto sia invece soprattutto uno strumento operativo di gestione del Piano: ex-ante nella scrittura dei singoli provvedimenti, in itinere ed ex-post nella verifica dell’efficacia delle azioni e dei risultati dell’ingaggio con i soggetti privati, garantendo che il ritorno degli investimenti si ripartisca equamente tra contribuenti, imprese e finanza privata. Di questo nel Piano, per ora, nessuna traccia.