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Corriere della Sera | Economia sociale di mercato, dal fallimento del PNRR alla nuova via (obbligatoria)

Economia sociale di mercato, dal fallimento del pnrr alla nuova via (obbligatoria). 

by Mario Calderini
Corriere della Sera, 18th July 2023

Verso nuove politiche

I dati forniti dal rapporto Openpolis e Forum del Terzo Settore raccontano di una realtà tanto triste quanto prevedibile: il Terzo Settore, ma più in generale i temi dell’inclusione sociale e della lotta alle disuguaglianze hanno faticato moltissimo a trovare posto nel Pnrr e forse mai l’avranno. La previsione pessimistica era purtroppo facilissima da fare. Il Pnrr, figlio di due Governi diversi ma egualmente distanti dall’immaginare un ruolo di protagonismo del Terzo Settore, nasce culturalmente schiacciato tra due concezioni: la superficiale riverenza alle istituzioni europee con il quale il Governo giallorosso ha collassato qualunque riflessione sulla ripetizione ossessiva del mantra green/digitale del Recovery Plan da una parte e l’efficientismo da grande società di consulenza anni Novanta che incarnava buona parte della compagine del Governo Draghi dall’altra. Il concorso di queste concezioni ha fatto sì che gli estensori materiali del Pnrr inforcassero gli occhiali meno adatti per leggere e interpretare un Paese sofferente, lacerato, che chiedeva disperatamente soluzioni complesse e puntuali, due aggettivi del tutto alieni allo spirito politico del tempo.

Il colpo finale il Pnrr l’ha però ricevuto dal dilagare dell’ossessione per il controllo della spesa e di quella sottocultura amministrativa per la quale l’unica cosa che conta è spendere tutto e subito, mentre il come e con quale qualità sono dettagli irrilevanti. Con i vertici amministrativi dello Stato e delle amministrazioni locali sottomessi senza condizioni a questa deriva, quello che ne è risultato è uno strumentario vecchio, rozzo e sempliciotto, finalizzato, appunto, solo a fare in fretta. Ed infatti abbiamo assistito al trionfo dei bandi e dei meccanismi automatici, mentre rimangono solo tracce sparse di meccanismi partecipativi, di coprogettazione, di partenariato pubblico-privato complesso, di cui invece il nuovo Codice degli Appalti sarebbe ricco.

È evidente che da tutto ciò non poteva che uscire un Piano a empatia zero, che strizza l’occhio solo alle grandi partecipate di Stato e strumentato in modo da rendere difficile se non impossibile l’accesso non solo al Terzo Settore ma più in generale a tutti coloro che lavorano con strumenti complessi e partecipativi perché pensano che solo con questi si possano risolvere problemi difficili e distribuire dividendi social e qui. C’è però un torto politico ancora peggiore ascrivibile a chi ha concepito il Pnrr ma ormai facilmente imputabile anche

a questo Governo: la cronica difficoltà a riconoscere al Terzo Settore, e a maggior ragione alla sua componente imprenditoriale, un ruolo economico e produttivo. Se, in rapida sequenza, l’Oecd pubblica la sua Risoluzione sull’Economia sociale, poi la Commissione Europea lancia il Social Economy Action Plan ed ancora, solo qualche mese fa, le Nazioni Unite approvano, non certo grazie al Governo italiano, la Risoluzione «Promoting the Social and Solidarity Economy for Sustainable Development», forse il sospetto che stia emergendo un nuovo paradigma chiamato Economia sociale di mercato potrebbe sfiorare anche i meno attenti. Questi riconoscimenti internazionali, che in alcuni Paesi si stanno traducendo in pulsioni politiche, sono la fotografia di una realtà di mercato in profonda evoluzione, nella quale va espandendosi un’ampia zona ibrida popolata da soggetti capacissimi di stare sul mercato e di produrre crescita e valore economico pur mantenendo un prevalente orientamento verso la creazione di valore sociale e verso l’interesse generale.

Perché sarebbe importante accorgersi di ciò e accogliere politicamente questo nuovo paradigma economico? Perché si darebbe vita a una nuova generazione di politiche duali, capaci, con lo stesso singolo euro, di sostenere la crescita e contrastare le disuguaglianze, di produrre innovazione e insieme inclusione. Un portafoglio di politiche difficilmente giustificabili con i modellini di crescita cari al Mef e alle nostre istituzioni economiche, dei quali forse sarebbe tempo di dubitare in termini di attualità rispetto allo stato reale del Paese, ma certamente degne di sperimentazione dopo i fallimenti multipli degli ultimi anni. Ed è forse proprio questa la questione politica finale: su chi ricade da domani l’onore della prova? Su chi invoca la sperimentazione di nuove politiche nello spazio dell’economia sociale di mercato o su chi reitera da decenni le stesse politiche con la sola legittimazione di essere nel solco dell’ortodossia e del mainstream?

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